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SABATO SANTO

SABATO SANTO

IL GIORNO DEL SILENZIO (E DELL'OSTINAZIONE)

di p. Andrea Berti, icms

 

SABATO SANTO

Entriamo nel mistero dell'amore e del dono di Cristo,

con una riflessione sulla Liturgia di oggi

 

Il Sabato Santo viene spesso visto come il giorno delle pulizie,il giorno in cui si prepara la Chiesa per la Pasqua, ma il Sabato Santo ha un significato molto profondo, il significato del silenzio.

Perché è importante questo percorso? Perché, solitamente, noi davanti alla sofferenza scappiamo, le donne invece ci insegnano che bisogna perseverare anche quando si soffre, anche quando si sta vivendo una cosa brutta. Non bisogna fuggire, bisogna saper stare davanti anche nelle cose difficili. Ad esempio, quando ciascuno di noi vive una crisi, la prima cosa che ci viene in mente per risolvere la crisi è andarsene.

La crisi va abitata, la crisi ha bisogno di perseveranza, la crisi ha bisogno di avere la stessa ostinazione che Maria di Magdala ebbe nel non andarsene da quel sepolcro. Quella donna è disperata: tutti se ne sono andati da quel sepolcro, invece lei rimane li, non scappa davanti a quella sofferenza; davanti a quella mancanza rimane in quella crisi ed è questo che rende Maria di Magdala la prima testimone della risurrezione.

Guardate che è un’indicazione preziosa per ciascuno di noi.

È Sabato Santo, cioè c’è un momento dentro la nostra vita in cui dobbiamo imparare ad alloggiare il silenzio. Sapete che cosa significa alloggiare il silenzio? Che c’è un tempo della nostra vita, in cui noi non abbiamo le risposte, non abbiamo le soluzioni, non abbiamo le prospettive giuste, non sappiamo che cosa è giusto e cosa è sbagliato, non sappiamo se crediamo ancora o meno, non sappiamo se quello che abbiamo fatto è stata la cosa migliore al mondo o la più grande stupidaggine, se investire in una relazione, in una vocazione è stata la cosa giusta o la cosa peggiore che potevamo fare dentro la nostra vita. Siamo in crisi e la crisi ci ha tolto tutto, ci ha condannati a stare in un disagio senza parole.

Ecco nel tempo della crisi, noi non dobbiamo scappare via, non dobbiamo risolvere la crisi semplificando con la fuga o semplificando con risposte banali, ma dobbiamo imparare a stare in quel silenzio, a pazientare in quel silenzio. Dobbiamo imparare ad essere ostinati in quella crisi, esattamente come Maria è ostinata a rimanere attorno al sepolcro di Gesù: non se ne va, piange ostinatamente, ma non se ne va da quel sepolcro. Questa è la condizione che rende possibile capire la Pasqua. Le persone che dopo l’esperienza della passione e morte di Cristo se ne vanno, non riescono a fare l’esperienza della Pasqua. La Pasqua la si può cominciare a fare quando non scappi davanti al venerdì Santo, qualunque venerdì Santo ti è dato da vivere dentro la tua vita.

Ora, cari ragazzi, ricordatevi che noi non siamo migliori dei discepoli di Gesù. Non siamo migliori degli apostoli, e se su dodici apostoli uno l’ha tradito e si è impiccato, un altro lo ha rinnegato, soltanto uno rimane sotto la croce e tutti gli altri fuggono via, ciò significa che ci viene molto spontaneo fuggire. Ma la santità consiste nell’accorgerci che ci siamo messi in fuga e nel tornare indietro, e nell’imparare a dimorare la nostra crisi, imparare ciò che ci sta togliendo i ragionamenti, le parole, ciò che ci costringe a fare i conti con noi stessi.

Dobbiamo essere come queste donne che si incamminano il mattino di Pasqua: loro non sanno che è Pasqua, verso quella loro crisi che la morte del loro maestro ha provocato. Dobbiamo essere come Maria di Magdala, dobbiamo essere ostinate, come queste donne. Ci deve fare molto riflettere il fatto che questa donna suscita nel primo Papa, Pietro, il desiderio di andare al sepolcro e di capire che è Pasqua. L’ostinazione di questa donna provoca l’incredulità di Pietro.

 

 

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