Pillole di SpiritualiTà
Colui che possiede la carità in Cristo mette in pratica i comandamenti di Cristo. (san Clemente)
I DONI DEI MAGI E I NOSTRI DONI
di Fr. Alberto Guerrera icms
Nella società contemporanea, caratterizzata da una crescente secolarizzazione, la Solennità della Epifania altro non è che l’ultima delle feste natalizie, quella, cioè, che chiude il periodo di festa, citando il famoso detto “l’Epifania tutte le feste porta via”.
Una festa, dunque, che può essere anche vista con un pizzico di nostalgia, per la fine delle ferie e la ripresa della “quotidianità”.
Per noi cristiani, però, che cosa è l’Epifania? Chi e cosa festeggiamo veramente?
Prima di tutto bisogna partire dal significato della parola: Epifania significa manifestazione, apparizione. In ambito cristiano, dunque, ciò che festeggiamo è la manifestazione visibile di Dio, del Dio che si è fatto Carne, nato Bambino nella grotta di Betlemme. Il vero protagonista è sempre e solo Lui, il Figlio di Dio, Gesù Cristo.
Siamo, quindi, chiamati a contemplare questo episodio evangelico, questa scena.
Qui troviamo dei personaggi molto particolari: i Magi.
Innanzitutto, bisogna far notare come il termine Magi nulla abbia a che vedere con la parola “maghi” (sempre meglio ribadire che le feste natalizie non hanno nulla di “magico”). I Magi, infatti, erano dei sapienti, dei filosofi ed anche dei re stranieri, giunti nella Giudea da Oriente. È il compimento di ciò che già era anticipato nelle Scritture di Israele: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome» (Sal 85, 9).
Da sapienti essi leggono negli astri la nascita di un Re, il quale non è un semplice re terreno, ma ha qualcosa di divino, di celeste. Per questo, quando giungono da Erode, il re “ufficiale” di Israele, dicono di essere diretti da “Colui che è nato” per “adorarlo”.
Ai Magi fa da contraltare Erode, anch’esso straniero – idumeo – ma divenuto re di Israele per conto dei Romani. Egli non contempla le stelle, non ha a cuore le promesse di Dio, bensì solo il proprio interesse. Anche lui dice di volerlo “adorare” ma, come intuiranno in sogno gli stessi Magi, si tratta solo un pretesto per liberarsi di un ostacolo alla sua brama di potere.
Scoperta per conto degli anziani la città nella quale sarebbe dovuto nascere il Messia, i Magi giungono dal Signore e non lo fanno a mani vuote. Essi portano con sé tre doni a Colui che è tre volte Santo:
oro, incenso e mirra. Essi sono stati giustamente interpretati come simboli della sua divinità (i primi due) e della sua umanità (il terzo). In essi noi contempliamo il suo essere il Re dei Re (oro), il suo essere vero Dio (incenso) e la sua dolorosa Passione e Morte con la quale Egli ci ha redenti (mirra).
Questi doni, però, ci dicono anche altro: sono simbolo di ciò che dobbiamo fare anche noi.
Anche noi, infatti, insieme a quei re venuti dall’Oriente, siamo chiamati a donare tutto ciò che abbiamo da dare, potremmo dire, a donare tutto noi stessi a Dio.
Tutto quello che doniamo, in fondo, non è nulla in confronto di ciò che riceviamo. E cosa riceviamo? Riceviamo il Figlio prediletto di Dio, l’Unigenito del Padre. Un dono immenso, al quale non corrisponderemo mai abbastanza.
Uniamoci ai Magi: usciamo dalle nostre terre, dai nostri piccoli “regni” e dirigiamoci anche noi verso Gesù Bambino, adoriamoLo nell’umiltà della povera grotta, insieme a san Giuseppe e alla Beata Vergine Maria, e riconoscendoLo come unico Re della nostra vita, doniamoGli tutto quello che abbiamo, tutto ciò che siamo.
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