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IL MAGISTERO DELLA CHIESA

IL MAGISTERO DELLA CHIESA

Il Magistero ha la missione di custodire, insegnare e trasmettere fedelmente la verità di fede lungo i secoli al popolo di Dio e all’umanità.

Il Magistero della Chiesa

(CCC 84-87)

Dio viene incontro all’uomo, ad ogni uomo attraverso la rivelazione di se stesso nella sua parola. Si tratta di verità divine, quindi immutabili e vere, oggetto della fede. Queste verità costituiscono il dato della divina Rivelazione, contenuto quindi nella Sacra Scrittura e nella Tradizione. Questo dato è affidato da Cristo stesso al Magistero. Il Magistero ha la missione di custodire, insegnare e trasmettere fedelmente la verità di fede lungo i secoli al popolo di Dio e all’umanità.

 I - Il deposito della fede affidato alla totalità della Chiesa

La sacra Tradizione e la sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti, costituiscono un solo deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa. Tale deposito della “parola di Dio, scritta o trasmessa” è affidato alla Chiesa intera e richiede l’adesione di fede di “tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori” (DV 10)

L'ufficio poi d'interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa, è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Tale Magistero, però, non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto - per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo - piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò propone a credere come rivelato da Dio. (DV 10).

È doveroso sottolineare che il Magistero ha un compito di custodia e di interpretazione nei confronti di tutto il deposito della Rivelazione – Scrittura e Tradizione – e in questo suo ruolo è una voce “esterna” rispetto alla Tradizione (ovviamente lo è anche rispetto alla Scrittura). Tuttavia, a mano a mano che il Magistero si esprime nel corso della storia, proponendo o chiarendo una dottrina, segnalando errori ecc., le sue affermazioni entrano a fare parte della Tradizione stessa. Il Magistero ha dunque una duplice dimensione:

 1) Il Magistero l’unico interprete autentico della Parola di Dio, scritta e trasmessa

Notiamo che il Magistero non è l’unico interprete della Parola di Dio: ogni fedele, ogni teologo, ogni Pastore può e deve essere interprete della Parola di Dio in quanto deve comprenderla, viverla e insegnarla ad altri, in modo privato o pubblico; ma il Magistero è l’unico interprete autentico, cioè dotato di autorità nell’interpretare, in quanto gode di una specifica assistenza dello Spirito Santo. Approfondiremo questo punto nel seguito.

 

2) Il Magistero, voce viva della Tradizione: uno dei luoghi della Tradizione.

L’importanza che possiede il Magistero come “luogo della Tradizione” e come custode ed interprete dell’intero deposito della Rivelazione richiede che ne parliamo in modo più approfondito in un paragrafo ad esso dedicato. Il valore del Magistero come luogo della Tradizione è stato riconosciuto fin dai primi tempi nella Chiesa: basti pensare all’importanza attribuita agli insegnamenti dei Concili dell’antichità, considerati anche dai successivi Concili (come pure dai Padri della Chiesa) fonti autorevoli per la conoscenza della vera dottrina cristiana. Abbiamo anche già menzionato il valore attribuito, fin dai primi secoli, alla successione apostolica come garanzia di poter apprendere la regola della fede presso una determinata sede episcopale (e in particolare presso quella di Roma, la cui autorità era superiore a ogni altra).


II- Il Magistero della Chiesa

Il soggetto della funzione magisteriale è il Collegio episcopale in comunione con il suo Capo, il Romano Pontefice. In tale funzione il Magistero gode di una speciale «assistenza dello Spirito Santo» (DV 10), che comunica ai vescovi, con la successione episcopale, «un carisma sicuro di verità» (DV 8). Per questo motivo, come abbiamo poc’anzi anticipato, il Magistero è l’unico interprete autentico della Rivelazione.

Distinguiamo tra: il Magistero ordinario e il Magistero straordinario.

Il Magistero ordinario è proprio del Papa, che lo esercita nei confronti di tutta la Chiesa, e dei vescovi, che lo esercitano ciascuno immediatamente sulla propria Chiesa locale e solo mediatamente, nel collegio dei vescovi, sulla Chiesa universale. Dal Magistero ordinario si distingue il Magistero universale e ordinario, che viene esercitato dalla totalità dell’episcopato unito al Papa e, in quanto tale, costituisce un organo del Magistero infallibile. L’infallibilità del Magistero universale e ordinario è stata definita dal Concilio Vaticano I°. Il compito del Magistero ordinario non è quello della formulazione precisa di una verità di fede, ma la giuda alla comprensione dei misteri della salvezza, l’individuazione dei mezzi dell’azione pastorale e dell’applicazione spirituale e vitale del messaggio della fede. Ciò spiega perché le indicazioni del Magistero ordinario non sono di per sé irriformabili e hanno spesso un valore e un significato prudenziale.

Il Magistero straordinario è di per sé infallibile e ha due organi: il Concilio Ecumenico (ad esso compete la suprema autorità nella Chiesa, sia sul piano disciplinare sia sul piano dottrinale) e il Magistero del Papa quando parla ex cathedra. È stato definito nella costituzione dogmatica sulla Chiesa di Cristo “Pastor aeternus” del concilio Vaticano I°. Nella definizione sono compresi le condizioni e i limiti del Magistero infallibile del Papa:

- il Papa deve voler esercitare il suo supremo potere magisteriale e deve dichiarare che vuole definire una dottrina;

- la sua intenzione deve essere quella di voler vincolare la fede di tutta la Chiesa;

- la sua infallibilità si riferisce alle questioni di fede e di costume.

L’infallibilità del Papa ha la stessa estensione della infallibilità della Chiesa. L’attenzione riservata al Magistero infallibile del Papa non deve far dimenticare o sminuire il suo Magistero ordinario, che si esercita attraverso atti come le encicliche, le costituzioni e le esortazioni apostoliche, i motu proprio, i discorsi.

L’infallibilità nella Chiesa è data dal fatto che in essa non può mancare l’assistenza dello Spirito santo. Il concetto di infallibilità ha un carattere negativo, cioè afferma l’assenza di errore in ciò che viene insegnato o definito formalmente come vincolante per la fede. Ciò si verifica normalmente di fronte ad un’eresia o a un errore. L’aspetto positivo consiste nella sicurezza della verità rivelata, insegnata ed espressa. Il fondamento e il senso della infallibilità non riposano sulla Chiesa, bensì sulla infallibilità della verità di Dio, perché in senso assoluto soltanto Dio è infallibile. Infallibilità non vuol dire, dunque, nuova rivelazione, ma fedele conservazione e interpretazione dell’unica Rivelazione.

 Riepilogando: il Magistero straordinario è di per se infallibile e si esprime in tre modalità:

1- il Magistero straordinario del Concilio.

Si realizza quando tutti i vescovi, uniti al Papa, proclamano in modo solenne e formale una dottrina come proveniente dalla Rivelazione, da credersi o da ritenersi definitivamente per tutta la Chiesa.

2- il Magistero straordinario del Papa.

Si realizza quando il Sommo Pontefice proclama ex cathedra (cioè solennemente e con una dichiarazione ufficiale) che una dottrina concernente la fede o la morale è da credersi o da ritenersi in modo definitivo da tutti i fedeli. La definizione ex cathedra del Papa è dipendente dalla fede della Chiesa.

 3- il Magistero ordinario universale.

Il Magistero quindi non è altro che il collegio dei vescovi, successori degli Apostoli, uniti al Papa, successore di Pietro, in quanto maestri della fede, ossia concordi annunciatori della Parola della salvezza, assistiti dallo Spirito della verità. Il collegio apostolico in questo senso annuncia infallibilmente la verità salvifica, che in se stessa resta sempre la stessa col medesimo significato.

Ciò si evince dal testo di DV 10 sopra riportato, in cui si afferma che l’ufficio di interpretare

autenticamente la Parola di Dio è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui parola è sempre autorevole e costituisce un riferimento d’obbligo per il popolo di Dio.

Il Magistero - afferma sempre il testo di DV 8 - «non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso». Così come lo Spirito Santo non parla a nome proprio, ma ricorda e fa comprendere sempre più profondamente l’unica Parola del Padre che è Cristo, anche il Magistero (a maggior ragione) non arreca alcuna aggiunta al deposito della Rivelazione. In tal senso esso «non è superiore alla Parola di Dio ma la serve», ascoltandola, custodendola ed esponendola fedelmente. Il Concilio, al termine di Dei Verbum n. 10, spiega il rapporto inscindibile esistente tra Scrittura, Tradizione e Magistero.

È chiaro, dunque, che la sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre e tutte insieme - ciascuna a modo proprio, sotto l’azione di un solo Spirito Santo - contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime. Tale rapporto inscindibile tra Scrittura, Tradizione e Magistero rafforza ulteriormente la consapevolezza, per la Teologia, che il suo “luogo”, come attività di riflessione credente sulla Rivelazione, è la Chiesa.

La Teologia guarda alla Scrittura come luogo della Parola scritta, ascoltando le voci della Tradizione che interpreta la Scrittura e in costante riferimento con le indicazioni autorevoli del Magistero. Il compito del Magistero è fondamentale e delicato: non si tratta infatti di un compito meramente statico o passivo. La Chiesa è un soggetto vivo e la comprensione della fede e la sua attuazione pratica nella vita dei cristiani, inseriti nel mondo, è un processo dinamico.

Il Magistero ha una funzione essenziale nel permettere uno sviluppo ordinato e retto di tale processo, in cui la dottrina cristiana si approfondisce e si rinnova nella fedeltà all’unica e definitiva Parola di Dio.

 

III- Accoglienza della Parola e obbedienza alla fede

Dopo aver trattato del deposito della fede - affidato alla totalità della Chiesa - e del Magistero della Chiesa stessa, parliamo ora dell’accoglienza della Parola di Dio e dell’obbedienza alla fede. Questi due punti costituiscono l’atteggiamento dei fedeli verso il Magistero della Chiesa.

I vescovi, dunque, hanno ricevuto il ministero della comunità per esercitarlo con i loro collaboratori, sacerdoti e diaconi. Presiedono, in luogo di Dio, al gregge di cui sono pastori, quali maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto, ministri del governo della Chiesa. Come è permanente l'ufficio dal Signore concesso singolarmente a Pietro, il primo degli apostoli, e da trasmettersi ai suoi successori, cosi è permanente l'ufficio degli apostoli di pascere la Chiesa, da esercitarsi in perpetuo dal sacro ordine dei vescovi. Perciò il sacro Concilio insegna che i vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto degli apostoli quali pastori della Chiesa: chi li ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che ha mandato Cristo (cfr. Lc 10,16) cfr. Lumen Gentium 20.

Se gli apostoli e i loro successori hanno ricevuto la missione di insegnare, i fedeli da parte loro sono invitati ad assumere un atteggiamento di accoglienza docile e di obbedienza nella fede. Infatti, chi ascolta i successori degli apostoli, ascolta Cristo che è capo suprema della sua Chiesa. “I fedeli (…) accolgono con docilità gli insegnamenti e le direttive che vengono loro dati, sotto varie forme, dai Pastori.” (CCC 87)

Il deposito della fede, affidato alla Chiesa da Gesù, va custodito, interpretato e trasmesso dai successori degli apostoli lungo i secoli. L’Ufficio di interpretare autenticamente la Parola di Dio è stato affidato al solo Magistero della chiesa, al Romano Pontefice e ai Vescovi in comunione con lui. (CCC 100)

 

Bibliografia essenziale

  • Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum; AAS 58 (1966)
  • Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium; AAS 57(1965)
  • Marcellino D'Ambrosio, Magistero: cos’è e perché ne abbiamo bisogno
  • Dalla una dispensa accademica di DON MARCO VANZINI pagg.86. 88-89

 

 

 

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