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LA MIA PRIMA VOLTA A FATIMA

LA MIA PRIMA VOLTA A FATIMA

Di Natalia Mancini

Tutto comincia con il buio di una mattina di Settembre, l’ultimo giorno del mese ad essere precisi, qualche faccia nota, molti sconosciuti per me, tutti comunque insonnoliti e infreddoliti allo stesso modo.
Ci accompagnano Padre Francesco e la versione brasiliana, Padre Francisco, che alle 4:30 hanno pure già detto messa, quindi stanno sicuramente più svegli di noi!
Prendiamo nell’ordine: una navetta, un cappuccino e un dolcetto, un aereo e poi un pullman e nel frattempo si è fatto giorno e abbiamo guadagnato un’ora di tempo grazie al fuso orario del Portogallo.
La prima tappa leva già il fiato: il santuario del Bom Jesus do Monte a Braga scintilla nella luce piena della mattinata e la scalinata è un merletto di architettura. Entriamo in chiesa per una preghiera, mangiamo insieme scaldandoci al sole e già molti di loro mi sorridono e mi sembrano meno sconosciuti.
Alla ventesima richiesta del piccolo Raffaele finalmente si parte! Direzione Santiago De Compostela: quell’oretta guadagnata la perderemo di nuovo…
Il viaggio è lungo ma noi siamo talmente distrutti che dopo il Rosario già dormiamo (a parte Raffaele) e il tempo vola.
A Santiago lasciamo i bagagli e andiamo subito in Cattedrale. Dobbiamo aspettare ad entrare perché c’è una celebrazione privata, ma l’attesa vale la pena: l’interno della chiesa si rivela in tutta la sua maestosità e ricchezza. Ammiriamo, contempliamo e preghiamo all’ombra del botafumeiro (il gigantesco turibolo “volante”); solo una volta tornati a Ciampino apprenderemo da Padre Davide che potevamo anche salire al piano di sopra e abbracciare la statua di San Giacomo! Peccato…
Passiamo una piacevole serata insieme, perché oltre allo spirito sembra che anche il corpo vada nutrito, e poi finalmente tutti a dormire.
La mattina dopo si parte per Porto, accompagnati dalle preghiere del mattino e da un’abbondante colazione: riguadagniamo un’ora, visitiamo la città piena di vita e di sole e ripartiamo finalmente verso la nostra meta finale: Fatima. La mia curiosità e le mie aspettative crescevano.
Siano arrivati di sera, di nuovo al buio, eppure l’accoglienza ricevuta in casa dalle suore e l’ambiente così familiare già stavano facendo breccia dentro di me e aprivano uno spiraglio luminoso. Nel frattempo, realizzavo che c’erano sempre meno sconosciuti e più fratelli intorno che collaboravano come una colonia di formiche a rassettare, lavare i piatti e preparare la sala per il giorno dopo…
Il colpo vero è arrivato dopo cena. Quindici minuti a piedi dista la Cova da Iria dalla casa della FCIM, meno di due chilometri, ma il salto che ha fatto il mio cuore è stato enorme.
Era sabato, il giorno più affollato. Vedere quella piazza che ti avvolge in un abbraccio, le fiaccole accese, i canti e le preghiere, tutta quella gente intorno, eppure riuscire a concentrarsi su di Lei, piccola e gigante, dapprima al riparo nella cappella, e poi in trionfo in processione, sentirsi incredibilmente parte di una moltitudine ma allo stesso tempo sola nella contemplazione, nella presenza e nel conforto è stata una rivelazione. Ero partita con tanto da chiedere, ma quando sono arrivata lì ho capito quello che mi aveva detto la mia amica corista Adriana: a Fatima vedrai che invece che chiedere tu, ti verrà chiesto da Lei.
Mi è stato chiesto infatti, ma ho anche avuto, più di quello che avrei chiesto, e ho ringraziato, perché tanto avevo già ricevuto nei mesi precedenti e il motivo per cui avevo il desiderio di partire per Fatima in fondo era proprio quello.
Mi è stato chiesto, e l’ho capito ancora più chiaramente attraverso le profonde catechesi dei Padri, di essere come i pastorelli, di fidarmi come fanno i piccoli con i genitori e di affidarmi tendendo la mano, di non aver paura di mostrare le mie debolezze, di trovare il percorso verso Dio anche attraverso le persone, di non vergognarmi mai di manifestare la fede.
I tre giorni trascorsi a Fatima, nella preghiera costante, nel canto, nella comunione e nella condivisione con i Padri e il gruppo, sono esplosi e poi lentamente si sono sedimentati dentro di me. Ho scoperto nuove persone e mi sono raccontata a loro in una sorta di confessione aperta in cui non mi sentivo mai giudicata, bensì ascoltata, compresa, accolta, confortata. Ho ascoltato a mia volta, ho sostenuto, ho abbracciato, ho pianto. Nessuno più era sconosciuto per me perché con ciascuno ho condiviso un momento, anche solo uno sguardo, una parola, un semplice gesto.
Potrei citarli tutti perché di tutti ho un ricordo preciso, ma preferisco custodire la sensazione che lo accompagna dentro di me, nella luce della Mamma Celeste che ha sorriso a noi figli suoi, che ci siamo trovati uniti ed emozionati presso di Lei, ognuno con il suo fardello e il suo nodo nel cuore, che solo Lei è capace di sciogliere.
Lasciare Fatima è stato proprio come nel canto dell’Addio: il dolore del distacco e la gioia dell’incanto vissuto.
Siamo tornati a Roma di sera: di nuovo con il buio fuori, ma dentro ci portavamo un bagliore meraviglioso, che ancora oggi, a distanza di più di un mese, mentre scrivo queste parole, sento splendere e scaldare il cuore nella memoria della mia prima esperienza a Fatima.
Quello che ho riportato per me, insieme agli oggetti benedetti per i miei cari, è la speranza, la fiducia, la consapevolezza della fede, e la forza per affrontare quello che la vita mi riserva: i doni più grandi che si possano ricevere.
Fatima non è solo un posto nel mondo: una volta vista diventa un posto nel cuore.

 

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